Giuseppe Ungaretti ha sempre considerato la poesia "I fiumi" come la propria vera carta d'indentità di uomo e di poeta. Nel 1963 così ebbe egli stesso a motivare questa sua presa di coscienza: "Finalmente mi avviene in guerra di avere una carta d'identità: i segni che mi serviranno a riconoscermi (e proprio nel momento in cui, dopo lunghe peripezie vane, il mio reggimento può balzare in avanti), i segni che mi aiuteranno a riconoscermi da quel momento e di cui in quel momento prendo conoscenza come i "miei segni": sono fiumi, sono i fiumi che mi hanno formato. Questa (I fiumi) è una poesia che tutti conoscono ormai, è la più celebre delle mie poesie: è la poesia dove so finalmente in un modo preciso che sono un lucchese, e che sono anche un uomo sorto ai limiti del deserto e lungo il Nilo. E so anche che se non ci fosse stata Parigi, non avrei avuto parola; e so anche che se non ci fosse stato l'Isonzo non avrei avuto parola originale".
Niente meglio di questa confessione, rilasciata quasi cinquant'anni dopo la prima pubblicazione della poesia nel Porto sepolto, può sottolineare anche storicamente che cosa abbia rappresentato tanto sul piano esistenziale quanto e soprattutto sul piano poetico il rapporto di Ungaretti con l'Isonzo.

Questo è l'Isonzo
e qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell'universo

Scendendo dalla trincee del Carso, attraversato il ponte di Sagrado, il fante Ungaretti si è accostato nel 1916 a quel fiume che gli ha donato la consapevolezza d'aver trovato dentro di sè la "parola originale", la parola di sommo poeta.

"Mi pare di averlo già accennato - ribadirà il poeta nel 1969, un anno prima della morte - ma meglio di quanto potrei dirlo in questo momento l'hanno detto i miei Fiumi, che è il vero momento nel quale la mia poesia prende insieme a me chiara coscienza di sé: l'esperienza poetica è l'esplorazione d'un personale continente d'inferno, e l'atto poetico, nel compiersi, provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà. Continente d'inferno, ho detto, a causa dell'assoluta solitudine che l'atto di poesia esige, a causa della singolarità del sentimento di non essere come gli altri, ma in disparte, come dannato, e come sotto il peso d'una speciale responsabilità, quella di scoprire un segreto e di rivelarlo agli altri. La poesia è scoperta della condizione umana nella sua essenza, quella d'essere un uomo d'oggi, ma anche un uomo favoloso, come un uomo dei tempi della cacciata dell'Eden".

Le trincee del Carso, l'Isonzo... matrici e culla de "Il porto sepolto", che aprirà quella lunga e felice stagione poetica ungarettiana la quale così magicamente avrebbe illuminato e profondamente innovato tutto il panorama letterario del Novecento.

Vi arriva il poeta e poi torna alla luce con i suoi canti e li disperde

Di questa poesia mi resta quel nulla d'inesauribile segreto

Il Parco e l'Isonzo

Il Parcoe l'Isonzo

Il Parco e l'Isonzo