“Incomincio II porto sepolto sepolto dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero sul Carso, sul Monte San Michele. Ho passato quella notte coricato nel fango, in faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte meglio armato di noi. Per un anno si svolsero i combattimenti. Il porto sepolto racchiude l'esperienza di quell'anno".

Giuseppe Ungaretti era stato chiamato alle armi e mandato in trincea sul Carso di Sagrado nel 1915, soldato semplice del 19° Fanteria. Aveva allora 27 anni.
Racconta il poeta: “Il soldato che se ne andava per le strade di Versa, portando i suoi pensieri, fu accostato da un tenentino: non ebbi il coraggio di non confidarmi a quel giovane ufficiale che mi domandò il nome, e gli raccontai che non avevo altro ristoro se non di cercarmi e di trovarmi, in qualche parola, che era il mio modo di progredire umanamente”. . Le sue poesie, scritte su “foglietti laceri, buste, cartoline in franchigia, ritagli di giornale” furono mostrate al tenente Ettore Serra, che decise di pubblicarle nello Stabilimento Tipografico Friulano di Udine nel dicembre del 1916, in edizione di 80 esemplari.
San Michele, San Martino, Bosco Cappuccio, Quota 141, Valloncello di Cima 4 , Cotici, Valloncello dell’Albero Isolato, Locvizza, Versa, Mariano … furono i luoghi in cui nacquero quei versi che avrebbero rivelato uno dei più grandi ed amati poeti contemporanei.

Confesserà più tardi Ungaretti: “Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che era rappresentato dalla morte, non dal pericolo, che era rappresentato da quella tragedia che portava l’uomo a incontrarsi nel massacro.
Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, della fraternità degli uomini nella sofferenza, dell’estrema precarietà della loro condizione. C’è volontà d’espressione, necessità d’espressione, c’è l’esaltazione, nel Porto sepolto, quell’esaltazione quasi selvaggia dello slancio vitale, dell’appetito di vivere, che è moltiplicato dalla prossimità e dalla quotidiana frequentazione della morte. Viviamo nella contraddizione”.
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Quella vissuta e combattuta nel fango delle trincee carsiche, dirà il poeta, “è stata una delle guerre più stupide che si potessero immaginare, a parte che la guerra è sempre stupida;ma quella era particolarmente stupida”.
“Il Carso è la società. E’ una società umana, una società tragica, una società di guerra, ma è una società umana… L’incontro con gli altri uomini per me avviene sul Carso, avviene nel momento del sentimento di umiltà, di disperazione, di onore e di necessità di aiuto, di comunanza nella sofferenza. Il senso della comunanza nella sofferenza… Come fratelli, li ho sempre sentiti come fratelli gli uomini, fin da bambino, ma questo è così per natura, ma – vi dico – sul Carso diventa veramente il tema, diventa ossessione, diventa la verità”.
“E allora stando lì tra la morte, i morti, non c’era il tempo: bisognava dire delle parole decise, assolute, e allora questa necessità di esprimersi con pochissime parole, di ripulirsi, di non dire che quello che era necessario dire, quindi un linguaggio spoglio, nudo, estremamente espressivo… Avevo davanti un paesaggio di desolazione, dove non c’era niente; era un po’ come il deserto: c’era il fango, poi c’erano dei pietroni… Il fango, il fango del Carso, come una delle cose più orribili che si possano immaginare: un fango liscio, rosso, si sdrucciolava su quel fango e poi rimaneva appiccicato. Io ci sono cascato tante volte in quel fango: ero pieno, ero tutto conciato di fango… ”
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Nel maggio del 1966, cinquant’anni dopo la pubblicazione del Porto sepolto, Ungaretti ritorna sul Carso di Sagrado:”Ho ripercorso ieri qualche luogo del Carso. Quella pietraia – a quei tempi resa, dalle spalmature appiccicose di fango colore come d’una ruggine del sangue, infida a chi, tra l’incrocio fitto del miagolio delle pallottole, l’attraversava smarrito nella notte – oggi il rigoglio dei fogliami la riveste. E’ incredibile, oggi il Carso appare quasi ridente. Pensavo: ecco, il Carso non è più un inferno, è il verde della speranza; ecco, pensavo, si fa sede pacifica di poesia, invita a raccolta chi si propone di diffondere poesia, cioè fede ed amore”.

Tra le pietre ed il fango del Carso teatro di guerra, Ungaretti ha cercato, scavato e trovato le parole - mai letterarie né auliche, ma isolate e straniate dal logoro uso quotidiano per lasciarle vibrare come fossero pronunciate per la prima volta, ci sottolinea Carlo Ossola - per comporre i versi scarni ed immortali che hanno profondamente innovato la poesia del Novecento ed evocano, come rimarca Leone Piccioni, “ciò che di segreto rimane in noi indecifrabile: qualcosa che è anteriore all’esistenza stessa dell’uomo. Quel porto sepolto dove si entra tutte le volte che il poeta con i suoi canti ritorna alla luce”.

E nel silenzio del Carso oggi ridente e restituito alla pace, fattosi sede pacifica di poesia ovvero di fede ed amore anche grazie agli splendidi versi del poeta nel parco di Castelnuovo in Sagrado riproposti, vorremmo che ciascun visitatore di buona volontà potesse continuare a cercare il “suo” porto sepolto, e ritrovare infine con il poeta il verde della speranza. Sentendo tutti gli altri fratelli.

Gianfranco Trombetta

Il Parco - Ungaretti

Il Parco - Ungaretti

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